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IL FUTURO DEL SERVIZIO PUBBLICO

Non è un “Buongiorno” per le Regioni. Non è un buon giorno per il Servizio Pubblico. Quel tanto millantato federalismo e l’autonomia amministrativa ed economica dei Presidenti, delle Giunte, dei Consigli, sono ormai echi di fantasmi elettorali. Quando un’Azienda come la Rai si permette il lusso di limitare, tecnologicamente ed editorialmente, la liberta di sviluppo e di comunicazione di enti fondamentale come lo sono le Regioni, le Province ed i Comuni, è imminente il peggio. Siamo costretti, nostro malgrado, dopo tante lotte, tante trattative andate in un nulla di fatto, a denunciare pubblicamente i soprusi che stanno portando allo smantellamento del servizio pubblico radiotelevisivo italiano.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso, ormai colmo di nefandezze, è la famosa produzione “Buongiorno Regione”: un fitto e sofisticato sistema di collegamenti, di comunicazione di promozione territoriale, di servizi al cittadino, atto a migliorare l’offerta della RAI – Servizio Pubblico ed avvicinare le istituzioni ai contribuenti, che sta prendendo le forme del più grande FLOP della storia della televisione nel mondo. Prima si pubblicizza sulla terza rete una data di partenza, poi si organizza l’impianto produttivo e la dirigenza RAI si rende conto che non siamo pronti. L’Azienda, senza alcun investimento sui mezzi e sul personale (peraltro ridotti all’osso per l’assenza di nuove tecnologie e di corsi di formazione), sta lanciando strutture fatiscenti e personale insufficiente in un mercato competitivo e di altissima qualità. Pensare di raddoppiare, ed in qualche caso (come nelle grandi regioni) triplicare la produzione interna con lo stesso portfolio produttivo ha dell’incredibile.
Questa strategia, che da anni favorisce l’inserimento indiscriminato nelle linee produttive di agguerriti service privati, sembra la prima pietra tolta per il graduale e volontario smantellamento dell’Azienda ed il conseguente impoverimento del Servizio Pubblico.
Prima si offre ai lavoratori un’impresa irrealizzabile, carte alla mano, poi accertata l’impossibilità a produrre autonomamente si passa al “Regime di Straordinarietà”, noto a tutti con il nome di APPALTI. Gli amministrativi “incapaci” li chiamano “la salvezza”, perché riescono sempre a realizzare tutto quello che gli si chiede senza limite di tempo o di attrezzature: BASTA PAGARE.
Gli APPALTI non hanno diritti e doveri se non quelli scritti in un contratto, il cui unico scopo è salvaguardare i grandi profitti non i piccoli lavoratori. Quando una redazione organizza un piano di lavorazione per il TG che prevede per una sola unità lavorativa la realizzazione di 10 servizi giornalistici in poco meno di tre ore, già sa di doversi rivolgere ad un appalto. Quando una Produzione informata delle necessità di realizzazione di un programma, non pianifica una troupe per un backstage, sa che dovrà rivolgersi ad un appalto. Quando un dirigente conosce gli eventi che l’Azienda ha l’obbligo di seguire, perché parte integrante dell’offerta del Servizio Pubblico, non pianifica debitamente le squadre alla sua dipendenza, sa che dovrà rivolgersi ad un appalto. Il problema non è solo “l’incapacità più o meno volontaria di gestione”, ma sono sia il dispendio enorme di danaro pubblico necessario per mantenere questo status quo che la mancanza di controllo diretto sulla qualità e sulla professionalità necessari alla produzione televisiva.
A 33 anni dalla riforma della RAI – Servizio Pubblico, le prospettive di crescita collettiva si trasformano in speranze di sopravvivenza. Una macchina produttiva di eccellenza nel mondo, come è la nostra Azienda, non può essere abbandonata e lasciata marcire per la mera fame di profitto di quattro burocrati.
La dipartita dell’autonomia produttiva della RAI, a favore del settore privato, mina seriamente la funzionalità e la fruibilità dell’Azienda da parte degli Enti Pubblici che hanno bisogno della comunicazione libera dalle mire dei “Governanti dell’economia”. Come può una macchina come lo Stato, con tutte le sue strutture, perdere la gestione diretta della comunicazione, simbolo primario della democrazia, lasciandolo nelle mani dell’investitore più ricco che non è mai il più assennato?
La nostra denuncia non può restare lettera morta, unico gesto di ribellione e di rivalsa contro chi mortifica la professionalità, la passione, la storia, la qualità della RAI e dei suoi dipendenti.
Chi oggi, come noi, tende la mano nel chiedere aiuto per affrontare la lotta sociale in atto non è solo un contribuente o un elettore, un lavoratore o un genitore, ma è il presente ed il futuro dell’Italia; un’Italia dove il senso di libertà, di sussidiarietà, di democrazia non devono e non possono essere espressione del potere economico costituito e regolati dalle leggi del mercato e del profitto.

Pubblicato il 23/9/2008 alle 19.16 nella rubrica IL SINDACATO.

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